Ci sono luoghi in cui il passato non viene cancellato, ma resta nei gesti e negli spazi. Perfino nei punti più piccoli di una stanza.
Per la famiglia Porteri di Brescia, uno di questi punti è in un angolo dell’antica salumeria, dove una volta c’era la cassa della nonna. “C’è ancora la sua postazione, non l’abbiamo mai cambiata – dicono Francesca e Mario Porteri – passare da lì fa ancora vibrare il cuore. Ha lavorato per tanti anni ed è sempre stata un punto di riferimento. E’ riuscita a fare delle cose incredibili”.
In quell’angolo c’è anche un fiorellino, il ricordo preciso di quel banco e tutto quello che un bambino può portarsi dentro crescendo in mezzo al lavoro e ai profumi. “Sono cresciuto in salumeria, quando i commessi mi preparavano il pane e mortadella o la focaccia col salame prima di andare a scuola, o a merenda – rivela Mario – la salumeria è un posto che ho nel cuore, è magico”. Prima ancora della trattoria, quindi, c’era già un mondo.
E per capire cosa è diventata oggi la trattoria Porteri bisogna partire proprio da lì e anche più indietro. Alla nonna, alla guerra, a un’azienda da portare avanti da sola. “Quando scoppia la guerra, mia nonna, allora 30enne, si ritrova da sola, con un’attività commerciale, 4 figli da mantenere e il marito in guerra. Il nonno tornerà poi malato e senza più nulla. La gente veniva e ci chiedeva da mangiare: come dirgli di no? Intanto la nonna segnava quei debiti che non sarebbero mai rientrati”. Così Francesca ricorda quella storia.
E rivivendo quelle scene si può capire come questa famiglia sia cambiata nel tempo: la responsabilità del lavoro, il gesto concreto del cibo, l’impresa come un modo di resistere.
“Ho conosciuto mia nonna perché sono cresciuta dentro il ristorante e lei è sempre stata qui” rivela Francesca parlando dei racconti di famiglia e dei luoghi rimasti uguali. Come la stessa postazione che non è mai cambiata, a ricordare una presenza che continua a stare lì, accanto a chi oggi porta avanti il mestiere.
Anche per questo, nella storia dei Porteri, le donne non rimangono sullo sfondo. La nonna e la madre in cucina, Francesca in sala per gestire la parte commerciale e amministrativa. Un’impresa familiare che ha attraversato il tempo senza mai separare il lavoro dalla vita privata. “Ho sempre respirato l’aria di cosa voglia dire fare impresa per una donna, ho tratto esempio da mia nonna” rivela Francesca.
Francesca arriva da studi in economia aziendale, ma dice che questo lavoro l’ha stregata. È cresciuta dentro il ristorante, ha respirato fin da sempre l’aria del fare da mangiare, del tenere insieme le persone, i conti, i ritmi e le giornate. Ci sono mestieri che si scelgono e altri che si imparano vivendo. Qui è andata così.
Eppure, restare non è mai facile. La ristorazione, raccontata da dentro, non ha nulla di leggero. Mario ricorda bene cosa significa iniziare da giovane in cucina. “Vedere gli amici uscire nei fine settimana mentre tu lavori il sabato, la domenica, i giorni di festa, è un sacrificio” rivela. E anche Francesca ha portato dentro di sé altre fatiche, meno visibili ma altrettanto profonde. “I giorni più difficili hanno coinciso con le mie maternità: ho lavorato qui fino al giorno in cui ho visto nascere i miei figli. Rientrare al lavoro è stato complicato”.
Per questo, parlare di un lavoro che si fa non solo per motivi economici non è retorica, ma si impara restando. E allora a dare forza non è soltanto il risultato. È il riconoscimento che arriva dagli altri quando il lavoro è stato fatto bene. Un locale pieno, clienti che ritornano, una coppia di francesi che scrive per ringraziare dopo aver mangiato lì.
La trattoria Porteri non racconta soltanto la continuità di una famiglia nella ristorazione. Racconta il modo in cui un mestiere può passare da una generazione all’altra attraverso i luoghi, le rinunce, le abitudini, una postazione di cucina che resta, un angolo della salumeria che continua a commuovere. E una donna che, anziana, si allena a casa per imparare il cambio dalla lira all’euro e non sbagliare con il resto. Questa storia sembra dire che, per capire chi sono oggi i Porteri, bisogna tornare al clima che hanno respirato per anni.








